Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
L’esperimento di Filadelfia
Nel mese di luglio, l’assessorato al turismo del comune di Santa Margherita Ligure per rendere piacevole il soggiorno ai vacanzieri aveva organizzato, in collaborazione con il CICAP, quattro incontri dibattito; aventi come tema, testuale dalla locandina: Verità (poche) e falsità (molte) delle leggende metropolitane. L’evento si teneva ogni giovedì sera presso il Cinema Teatro Centrale.
Luglio è il mese durante il quale, abitualmente, stacco dagli impegni professionali e mi concedo un periodo di riposo nella graziosa cittadina ligure; ed essendo io, tra le altre cose, collaboratore del CICAP, il comitato direttivo dell’associazione delegò a me il compito di tener alto il vessillo delle verità nei confronti delle più, mediaticamente, appetibili falsità.
Il tema su cui dibattere durante il primo incontro fu: Il presunto esperimento scientifico di Filadelfia. Argomento molto noto ed apprezzato dagli gli appassionati del genere… chiamiamolo: molto fanta e poco scientifico.
Per i pochi che non ne fossero al corrente, proverò a riassumere in breve: durante la seconda guerra mondiale (il 28 ottobre 1943) la marina degli Stati Uniti con la collaborazione (si dice) di Albert Einstein e Nikola Tesla (morto prima del presunto esperimento) provò a rendere invisibile il cacciatorpediniere “USS ELDRIGE”, con risultati disastrosi, se non addirittura tragici per alcuni membri dell’equipaggio.
Seduti in platea, uno sparuto gruppo di appassionati (una trentina o poco più) sfidando il caldo afoso della sala (aria condizionata al minimo o addirittura spenta, presumo) assistevano imperterriti al dibattito tra me e un giornalista di una nota rivista del genere.
«Andiamo! Lo sa benissimo che taroccare il giornale di bordo, non è poi un’impresa così fantascientifica!» esclamò a un certo punto una voce dal forte accento anglofono, interrompendo lo scambio di opinioni.
Io, il moderatore e il giornalista volgemmo lo sguardo in direzione della voce e lo lasciammo cadere sul volto di un uomo sulla settantina, magro, con i capelli bianchi pettinati all’umbertina e gli occhi chiari e liquidi, seduto al centro della prima fila della platea.
Questi, galvanizzato per essere riuscito ad attirare la nostra attenzione, mi chiese in tono di sfida: «Lasciando perdere gli uomini fusi con il metallo della nave che vennero praticamente inglobati nella struttura dalla cintola in giù, o quelli che bruciarono per diciotto giorni consecutivi; dei cinque uomini svaniti nel nulla, cosa mi può dire?»
“Si percepisce che l’ha studiato a fondo l’argomento”, pensai innervosendomi, osservando il suo sguardo compiaciuto. «Nulla!» risposi, facendo accompagnare la lapidaria esclamazione da un sorrisino sarcastico.
«Nulla! Ma che razza di risposta è?!» proruppe lui, balzando in piedi.
Per un attimo fui sul punto di sbottare anch’io, sparandogli in faccia che avrebbe dovuto documentarsi leggendo meno romanzi fantascientifici e più tomi scientifici. Ma poi, contando fino a dieci, riuscii a imbastire una replica degna di un consumato uomo da avanspettacolo, invece che da studioso di fenomeni paranormali.
Conservando il sorriso ben stampato sul volto, lasciai correre lentamente lo sguardo lungo la segaligna figura e, quando incrociai i suoi occhi, risposi inventandomi una battuta irridente: «Nulla, perché nulla c’è da dire su cinque marinai in libera uscita che, dopo essersi ubriacati, s’inventarono tutto ‘sto ambaradan, solo per far colpo su qualche bella e assidua frequentatrice delle locande del porto».
Non che la battuta fosse un granché, ma tanto bastò a trascinare al riso la platea e a far imbestialire il mio interlocutore che, sentendosi deriso, serrò la mascella e lasciò la sala senza proferire verbo.
Dal palco assistemmo, sorridendo silenti, alla sua poco onorevole fuga; poi riprendemmo pacatamente il confronto che, lasciando le parti ben ferme sulle proprie posizioni, terminò alle undici di sera.
Dopo esserci salutati uscimmo dal teatro e, prendendo strade diverse, c’incamminammo verso i rispettivi hotel.
«Dottor Salimbeni!» udii esclamare alle mie spalle appena svoltato l’angolo.
“Mi ha seguito, che intenzioni avrà?” mi chiesi ancora prima di voltarmi, avendolo riconosciuto dall’accento anglosassone.
«Mi dica», risposi timoroso, mettendomi sulla difensiva arrestandomi con le spalle rasenti un muro.
«Permetta che mi presenti…» fece lui, allungando la mano. «Professor, Arnold Sachermost.»
«Carlo Salimbeni, piacere mio», replicai senza abbassare troppo la guardia. Poi, appurato che non mordeva, presi coraggio e gli chiesi: «Americano?»
«Pittsburgh, Pennsylvania», confermò. Aggiungendo subito dopo: «Si starà chiedendo perché l’ho attesa?»
«Beh…» feci io.
E mentre guardandomi attorno mi tranquillizzavo osservando il buon numero di vacanzieri che deambulava lungo la via; lui, esibendo uno sguardo impaziente, senza attendere oltre annunciò: «Ho delle rivelazioni sull’esperimento di Filadelfia, che potrebbero farle cambiare opinione su molte cose».
Lo fissai allibito, pensando che volesse racimolare qualche spicciolo rifilandomi una bufala.
Lui lesse il timore nello sguardo e mi rassicurò: «Si tranquillizzi, non sono qui a mendicare denaro in cambio di qualcosa… Grazie a Dio, ne ho abbastanza di mio».
«Mi tolga una curiosità: perché mai avrebbe deciso di rendermi partecipe di queste sue… presunte rivelazioni?» gli chiesi allora, rinfrancato.
Il professor Sachermost sorrise sornione. «Perché non mi piace essere deriso…»
«Ha ragione, ho reagito male alla sua provocazione. Mi scusi», mi rammaricai, interrompendolo.
«Non importa, non importa», ripeté, zittendomi con il cenno della mano. Poi, indicando la strada, aggiunse: «Mentre camminiamo, le spiego».
«Era impazienza, non una provocazione la mia», esordì, riprendendo la conversazione. «Ho divorato praticamente tutto quanto è stato scritto sull’esperimento di Filadelfia. Ma da quando l’argomento non interessa più al grande pubblico, non è uscita nessuna nuova pubblicazione. Così, ieri, leggendo la locandina esposta dentro un caffè, mi sono detto: vuoi vedere che hanno scoperto qualcosa di nuovo sulla scomparsa dei marinai.»
«Mi scusi; ma perché di tutto il mistero che circonda la faccenda, le interessa quel punto in particolare?» gli chiesi allora.
In quel preciso istante il vento proveniente dal mare, infilandosi nel carruggio che intersecava la via, scompigliò i capelli candidi di Sachermost.
Allungando il passo trovò riparo oltre l’incrocio, e mentre attendeva che lo raggiungessi, infilando le dita della mano destra a mo’ di pettine nella candida capigliatura scarmigliata la sistemò, percorrendo il capo dalla fronte sin quasi alla nuca.
«Perché credo di riuscire a convincerla della veridicità, di quello che lei chiama: piccolo particolare», rispose quando lo raggiunsi, riprendendo a camminare.
«Di parole ne sono state spese tante, anche troppe secondo alcuni, su questo e altri piccoli o grandi particolari… Non vorrei sembrarle un bastian contrario, ma senza lo straccio di una prova: le parole…» feci una pausa, indicai la sua pettinatura all’umbertina e, compiacendomi, chiosai, «son come il vento che scompiglia per un attimo i capelli e poi se ne va.»
«Sì… ma poco più avanti, poi torna», ribatté a tono, indicando il prossimo carruggio da cui uscivano folate di vento che attraversavano la via. Poi, sorridendo sornione, aggiunse criptico: «E magari si porta appresso qualche straccio di prova».
“Ma dove vuol andare a parare?” mi chiesi, fermandomi un attimo, mentre lui proseguiva ciondolando con passo lento.
Sachermost si voltò e attese che lo raggiungessi. «A cosa sta pensando?» mi chiese, osservandomi avanzare accigliato con il mento stretto tra l’indice e il pollice della mano destra.
«E’ in possesso di qualche prova?» gli domandai deciso, senza stare a girare attorno all’argomento.
«Ogni cosa a suo tempo», rispose, sorridendo soddisfatto per aver acceso la mia curiosità. «Partiamo dall’inizio», aggiunse poi, roteando l’indice in senso antiorario davanti al mio sguardo.
«Tutti gli anni, per ben vent’anni, io e mia moglie trascorrevamo le vacanze in Italia… L’abbiamo percorso in lungo e in largo questo stupendo paese», iniziò divagando, guardando lontano. «L’amavamo così profondamente, che una volta raggiunta l’età della pensione, decidemmo di venire a godere quel che ci restava da vivere nel luogo dove ci eravamo conosciuti durante una breve vacanza.»
«Vi siete stabiliti a Santa Margherita?» domandai.
«Cinque anni fa, guardandoci in faccia ci chiedevamo cosa fare del nostro inutile tempo. Non avendo avuto figli, e di conseguenza nipoti da accudire; senza più un lavoro che riempisse le nostre giornate, per dare un senso alla quotidianità decidemmo di trascorrere sei mesi interi in Italia… Ma quando fu il momento di lasciarla, la malinconia ci spinse a tornare dove tutto aveva avuto inizio.» Lessi troppa commozione e nostalgia nel suo sguardo, per non comprendere che nel frattempo il contesto fosse mutato tragicamente.
Infatti, subito dopo, sospirò e aggiunse: «Sei mesi fa, un male incurabile se l’è portata via… Il suo ultimo desiderio fu quello di riposare nel mare che vide nascere il nostro amore… Ed io, l’accontentai, versando le sue ceneri nell’onda di risacca».
Cosa puoi dire a un uomo che ha perso tutto. «Mi spiace», riuscii appena a sussurrare.
Sachermost annuì. «Se fosse rimasta con me… mai avrei trovato il coraggio di rivelare quello che so sull’esperimento di Filadelfia», confessò, accennando all’argomento principe della serata. Aggiungendo, dopo una breve pausa, una postilla agghiacciante: «Se lo avessero scoperto… ci avrebbero fatto fuori!»
«Sta scherzando?» gli chiesi allarmato.
«Non è mia abitudine scherzare, parlando di mia moglie!» mi redarguì, indurendo il tono.
«Mi scusi», riuscii soltanto dire in tono contrito.
Sachermost continuò a camminare immerso nei suoi pensieri senza replicare. Improvvisamente si arrestò e, guardandomi dritto negli occhi, mi mise in guardia: «Venire a conoscenza di fatti riguardanti la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe procurarle guai seri… molto seri!» ribadì in tono grave. Un’altra breve pausa, poi mi chiese: «E’ sicuro di voler proseguire?»
«C’è di mezzo la CIA?» domandai.
«Anche… ma non solo», rispose sibillino, mentre fissandomi con uno sguardo che era tutto un programma mi faceva correre un brivido lungo la schiena.
Ammetto che, nel mentre, la paura fu tanta; ma la curiosità lo fu ancora di più. «Vada avanti, l’ascolto!» lo esortai, deciso.
Sachermost sorrise. «Molto bene», disse, riprendendo a camminare.
«Non ha messo in conto che potrebbero colpire anche lei?» mi venne spontaneo chiedergli.
Al che, scrollando le spalle rispose tranquillamente: «Non temo la morte… Anzi, per dirla tutta, da quando sono rimasto solo, pur non trovando ancora il coraggio di farla finita, oserei dire che l’anelo. A settantacinque anni, con un radioso futuro dietro le spalle… cosa vuole che me ne freghi di campare un anno in più o in meno. A questo punto, l’unica cosa che mi preme è non portare dentro la tomba ciò di cui sono venuto a conoscenza anni fa; quand’ero primario chirurgo al Bryn Mawr Hospital di Filadelfia».
«E così, per tramandare ai posteri il suo segreto, avrebbe scelto proprio me… Perché?» gli domandai perplesso.
«Per diversi motivi», rispose, ripassando la mano nei capelli che il vento proveniente dai carruggi laterali si divertiva a scompigliare.
«Me ne elenchi qualcuno?» insistetti.
Sachermost li rimise in fila mentalmente; poi, così si espresse: «Uno! Perché è da mesi che cerco la persona giusta con cui confidarmi… Due! Perché lei si è trovato al posto giusto al momento giusto… Tre! Perché lei è un uomo di scienza, dunque poco incline a credere alle favole… Quattro! Perché sono sicuro che saprà far buon uso di quello che le dirò… Le basta?»
«Mi basta… e la ringrazio per la fiducia accordata… si potrebbe dire: a scatola chiusa», risposi inorgoglito.
«Sono certo che sarà ben riposta… Ora, senza perderci in ulteriori chiacchiericci, direi di andare a scoprire il punto focale dell’argomento», ribatté, piantando l’indice della mano destra nel centro del palmo della sinistra.
«Sono d’accordo!» esclamai entusiasta. Riflettei e puntualizzai: «Ma il punto focale, dovrebbe far seguire alle parole i fatti».
«Convengo», fece lui, mettendo su lo sguardo sornione di chi la sa molto lunga.
Allora, prendendo la palla al balzo, gli chiesi: «Le prove… le ha con lei?»
«Stanno lì», rispose, indicando con lo sguardo le gelosie verdi dell’appartamento al primo piano di una palazzina ligure d’epoca, color rosa salmone.
«In casa sua?» domandai.
«Già… Venga!» rispose, traendo le chiavi dalla tasca della giacca in cotone color kaki.
«Okay… vediamo le carte» feci, annuendo. E lo seguii mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali.
L’appartamento, dai soffitti altissimi, era ben curato e degnamente arredato con mobili in massello d’abete o altri legni di poco pregio, come nella miglior tradizione dell’arte povera o contadina che dir si voglia. Contando le porte che si affacciavano sul corridoio mentre lo percorrevamo, giunsi a presumere che si trattasse di un quadrilocale più servizi.
«Si accomodi. Cosa le posso offrire?» mi chiese Sachermost, indicando le due poltrone in pelle del grazioso salotto.
«Quello che prende lei, andrà benissimo», risposi automaticamente, pensando ad altro: stavo guardando il ritratto della donna che mi sorrideva dalla cornice in argento sistemata sulla credenzina, sicuramente la moglie, riflettendo sul fatto che lo sconvolgimento interiore provocato da dolore e solitudine, non avessero comunque inciso sull’ordine esteriore dell’uomo e della sua casa; un atteggiamento che giudicai difensivo per non offrire ad alcuno un appiglio, un motivo che permettesse loro di esprimere una sgradita, oltreché non richiesta pietas.
«E’ sicuro? Guardi che io prenderò solo dell’acqua», mi avvertì poco convinto.
«Andrà benissimo, non si preoccupi», lo rassicurai, sprofondando nei morbidi cuscini in piuma d’oca della poltrona.
Sachermost annuì. Andò in cucina e poco dopo tornò reggendo un vassoio in peltro, sopra il quale aveva posto due bicchieri, la bottiglia di acqua minerale Fiuggi a temperatura ambiente e un piccolo contenitore di cristallo con pinza in acciaio atto ad afferrare i cubetti di ghiaccio al suo interno.
Posò il tutto sul tavolino da salotto. «Ghiaccio?» domandò, indicandolo con la pinza.
«No, grazie», risposi.
«Io sì!» fece, afferrando un cubetto con la pinza e lasciandolo cadere dentro il suo bicchiere. Poi svitò il tappo della bottiglia e, dopo aver riempito i bicchieri, esclamò: «Prego!»
«Ci voleva», disse, visibilmente soddisfatto, posando il bicchiere dopo essersi dissetato. «Ora, vediamo di entrare decisi nel vivo della faccenda», aggiunse, mettendosi comodo.
Poi iniziò a raccontare lo svolgersi dei fatti, mentre io pendevo letteralmente dalle sue labbra.
«Rammento che faceva un freddo cane, la mattina del quindici gennaio del duemilauno. Dopo aver terminato il giro nelle camere dei pazienti, stavo controllando sul computer del mio studio gli interventi programmati durante la giornata quando, improvvisamente, Robert Marroni, un chirurgo del mio staff, entrò a spron battuto senza nemmeno chiedere permesso, dicendomi con voce concitata di seguirlo che aveva qualcosa d’incredibile da mostrarmi.
«Mentre c’incamminavamo lungo il corridoio mi spiegò che degli operai portuali, entrando in servizio alle sei di mattina, vedendo un uomo completamente nudo raggomitolato accanto a una bitta che si contorceva dal dolore, avvertirono il personale in servizio alla capitaneria. I due agenti mandati a controllare, dopo aver accertato le condizioni dell’individuo chiamarono un’ambulanza, che lo portò al pronto soccorso.»
«Uno squilibrato strafatto», mi sovvenne di commentare, mentre Sachermost prendeva fiato sorseggiando dell’acqua.
«Di primo acchito è quello che pensai anch’io», ammise, posando il bicchiere. «Il personale del pronto soccorso rimase letteralmente agghiacciato, osservando il volto deformato dal dolore e la bocca spalancata dalla quale non usciva nemmeno un lamento… Un urlo silente di dolore che ti entrava dentro.»
«L’urlo di Munch», immaginandolo mi venne spontaneo commentare.
«Qualcosa di simile. Ma dalla descrizione che fece il medico di turno, direi molto più impressionante… Come se l’uomo si urlasse dentro, direi», confermò, completando il quadro con una metafora azzeccatissima. Sorseggiò un altro po’ di acqua e riprese: «Oltre agli antidolorifici, per mantenerlo calmo era stato pesantemente sedato: “Vede, professore, ho osservato ogni centimetro e ogni piega del suo corpo”, mi disse Robert, sollevando il lenzuolo che copriva il corpo nudo di un ragazzo poco più che ventenne.
«Indagai, lasciando scorrere lentamente lo sguardo sul corpo, e alla fine confermai: “Neanche un pelo!”
«Al che, Robert, annuendo aggiunse: “No, nemmeno per sbaglio! E non ne troverà neanche dietro”. Fece per girarlo ma io lo fermai, esclamando: “Lascia, basta così!”.»
Ascoltando con quale puntiglioso fervore raccontava di un fatto, a suo dire, straordinario, dilungandosi su particolari a mio avviso insignificanti; provai a portarlo oltre a quello che mi pareva un inutile incipit. «Scusi se mi permetto, ma io non ci trovo nulla di strano. Saranno pure una minoranza, ma si possono trovare ad ogni latitudine degli uomini completamente glabri.»
«Glabri, raggomitolati nudi sulla panchina di un porto, a quattro sotto zero… E’ sicuro di poterne trovare almeno uno?» mi chiese tra il sarcastico e l’ironico, facendomi sentire un imbecille.
Sachermost comprese il mio disagio. «Scusi per il tono», disse, sinceramente dispiaciuto, battendo leggermente una mano sul mio ginocchio. Si schiarì la voce e proseguì: «Robert, indicandomi l’addome, mi fece notare che la cute non presentava cicatrici di precedenti interventi chirurgici. Poi trasse dalla cartella che aveva ritirato in radiologia una lastra e, avvicinandola alla finestra, mi chiese cosa mai potessero essere quelle due piastre e il filo di metallo presenti tra i visceri, e come cavolo potessero trovarsi lì».
«Le avrà sicuramente ingerite», provai a rispondere.
Sachermost alzò un sopracciglio. «Forse non ha ascoltato con attenzione… Ho detto: tra i visceri. E non: dentro i visceri», precisò infastidito. Aggiungendo con fare professorale: «Se dico: dentro la cavità addominale, le risulta più chiaro?»
L’atteggiamento saccente di Sachermost, quel suo trattarmi come uno scolaretto negligente, m’indisponeva. Per un istante pensai di lasciar perdere l’intera faccenda, alzarmi, salutarlo freddamente e andarmene. Ma il desiderio di conoscere l’intera storia si dimostrò più forte dell’orgoglio; così, annuendo mi misi all’ascolto, riproponendomi di non interloquire fintanto che non avesse concluso la narrazione.
«Non sapendo cosa fossero e in che modo erano finite lì dentro, concordammo su un punto: che erano la causa della pesante infezione del peritoneo, evidenziata dall’esame del sangue, e che il caso fosse da trattare urgentemente. Due ore dopo avevamo aperto l’addome del paziente e guardavamo, sbigottiti, le due piastrine identificative e le relative catenelle appena estratte. Notando che il gruppo sanguigno inciso sul metallo coincideva con quello del paziente, venne logico pensare che potessero appartenere a lui. “Supponendo che il paziente sia questo, Ramon Diaz, come gliele hanno infilate in pancia senza aprirgli l’addome?” mi chiedevo, leggendo il nome su una delle due piastrine posate sopra la scrivania e immaginando che l’esercito americano fosse in possesso di tecniche segrete in grado di suturare le ferite rigenerando i tessuti, evitando così emorragie o infezioni potenzialmente mortali.
«Mentre attendevo di ricevere risposta dal sito dell’archivio militare, al quale avevo inviato il numero di matricola inciso sulle piastrine, mi sovvenne che: oltre al paziente e alle piastrine, se ci fosse sotto qualche segreto militare l’esercito avrebbe preteso di requisire le lastre, la cartella clinica e le fotografie scattate poco prima dell’intervento. Così mi attivai: telefonando in radiologia ottenni copia delle lastre, poi scaricai su una chiavetta USB le fotografie del paziente, delle piastrine e chiusi il tutto in cassaforte.»
«Complimenti per la perspicacia!» mi venne spontaneo esclamare. «Prevedendo le loro mosse è riuscito a salvare le prove.»
«Già!» fece lui inorgoglito, lisciandosi il mento. «Un’ora dopo, leggendo la risposta dell’archivio militare sullo schermo mi domandavo chi fosse il paziente che avevo operato. Visto che il marine Ramon Diaz, nato il quattro settembre millenovecento…ventidue, fu dato per disperso nel 1943, durante una tempesta che lo scaraventò fuori bordo mentre si trovava a bordo del cacciatorpediniere Eldridge al largo delle Bahamas!» Fece una pausa, poi mi chiese, in tono di sfida: «Mi sa spiegare com’è possibile che il giorno in cui Diaz cadde in acqua al largo delle Bahamas, coinciderebbe con la data in cui sull’Eldridge, ancorata a un molo del porto di Filadelfia, si stava svolgendo l’esperimento? Oppure, dando per buona la versione ufficiale, come ha potuto un ragazzo di soli ventuno anni, affogato al largo delle Bahamas, riapparire, cinquantotto anni dopo, nudo su un molo del porto di Filadelfia, senza essere invecchiato nemmeno di un’ora?»
«Mah, si potrebbero fare due ipotesi… o la storia è una bufala…» iniziai a rispondere.
«Oppure il giornale di bordo mente!» terminò lui.
«Oppure il giornale di bordo mente», ripetei con fare pensoso, stringendo le tempie tra l’indice e il pollice della mano destra.
Soddisfatto per essere riuscito a insinuare più che un dubbio nella mia mente, proseguì spedito nel racconto: «Nel tardo pomeriggio, il misterioso paziente, risvegliandosi dall’anestesia si guardava attorno smarrito, rifiutandosi di rispondere alle domande del personale medico: “E’ come se non ci sentisse. Di più: come se non fosse fisicamente presente. Fissa ostinatamente la parete… e il suo sguardo pare perdersi nell’infinito, dentro un’altra dimensione”, diceva Robert, osservandolo affascinato.
«In effetti c’era un’atmosfera strana dentro la camera… un qualcosa di misterioso che non saprei spiegare ma che ti entrava dentro, risuonando nella mente… un’energia che non saprei definire.»
«Energia cosmica?» provai a chiedergli.
«Non lo so. Ho cercato per anni, sfogliando trattati scientifici, ma ancora non ho trovato quello che vado cercando, mi spiace», rispose sconfortato, allargando le braccia. Sospirò, si versò dell’acqua, la sorseggiò e proseguì: «Il giorno dopo, penso allertati dagli impiegati dell’archivio, quattro uomini; due della CIA che mi mostrarono i distintivi, seguiti da altri due vestiti di nero che assistettero in silenzio senza presentare credenziali, irruppero nel mio studio e m’intimarono di fornire loro tutta la documentazione e il materiale inerente il misterioso paziente. Poi vollero accertarsi personalmente delle sue condizioni. Mi alzai e li accompagnai: due militari schierati davanti alla porta impedivano l’ingresso a chiunque, mentre due medici militari erano posizionati dalla parte opposta accanto a un particolare tipo di barella, con un lungo tubo ermetico in metallo al posto del lettino…» si tacque un attimo, pensando al modo per descrivermi l’oggetto in questione, «ha presente il polmone d’acciaio?»
Annuii.
«Ecco! Qualcosa di simile, privo dell’apertura frontale per far uscire la testa del paziente e collegato con un grosso cavo a una scatola nera sotto la barella. Credo si trattasse della batteria che alimentava il marchingegno.»
«Cos’era? A che serviva?» gli chiesi.
«Presumo una specie di gabbia magnetica», rispose sbrigativamente. Prima di proseguire nell’esposizione dei fatti: «Con mia grande sorpresa, gli agenti della CIA si rivolsero ai due uomini in nero che erano con loro, dicendo: “Noi abbiamo finito, aspettiamo fuori”. Allora, con un cenno del capo, uno dei due fece scostare i militari dalla porta e m’invitò ad entrare».
Improvvisamente si zittì. E quando riprese, chiudendo gli occhi parve rivivere la scena: «Le cannule delle flebo erano ancora lì, penzolanti e bruciacchiate in prossimità degli aghi; il tubo di drenaggio era caduto a terra, sopra la sacca di plastica; il lenzuolo presentava una bruciatura che copiava le forme del corpo, così come il materasso e il cuscino… Ma di Ramon Diaz, non era rimasta traccia. L’energia che lo aveva teletrasportato chissà dove, generando temperature elevatissime aveva però lasciato traccia del suo passaggio».
«Ecco perché il corpo era completamente glabro!» esclamai, illuminandomi.
«Bravo!» replicò, complimentandosi. «I fatti devono essersi svolti più o meno così: le cellule di Ramon Diaz, smaterializzandosi a bordo dell’Eldridge durante l’esperimento, generarono un calore abbastanza intenso da riuscire a bruciare sia la divisa che i peli del corpo, ma non il metallo delle piastrine appoggiate contro lo sterno; i cui atomi, fondendosi con quelli del povero Diaz, si rimaterializzarono tra i suoi visceri sulla panchina del porto, procurandogli dolori lancinanti… Semplice, e lineare!» concluse, tirando una linea immaginaria facendo scorrere il pollice e l’indice della mano destra, con i polpastrelli pressati l’un contro l’altro, davanti allo sguardo.
Ma il professore aveva in serbo un’ultima sorpresa. «Mentre osservavo attonito il letto, udii uno dei due uomini esclamare: “Maledizione, se n’è andato!”
«E l'altro replicare: “Com’è possibile? Ho controllato il campo magnetico arrivando all’ospedale, siamo bel lontani dai parametri che possono attivare un corridoio temporale!”
«Il primo, guardandosi attorno provò a ipotizzare che i macchinari per il monitoraggio del paziente presenti nella camera, avessero in qualche modo creato un ponte. Poi disse all’altro di accompagnarmi nel mio studio e di aspettarlo là, accertandosi che non comunicassi con nessuno… La qual cosa, devo ammettere che mi spaventò non poco.»
«La posso capire», dissi. Poi, riflettendo sul modus operandi dei due, aggiunsi: «Dalle sue parole, risulta evidente che non fosse la prima volta che i servizi segreti pianificassero quella specie di caccia al fantasma, se così la possiamo chiamare».
«No, forse iniziarono a cercare di riportare a casa i cinque uomini dispersi nelle pieghe del tempo, subito dopo il fallimento dell’esperimento,» confermò Sachermost, precisando, «ma questo dettaglio lo scopersi molto tempo dopo, cercando informazioni sull’esperimento di Filadelfia… Ma pur non essendo al corrente di niente, anzi, forse proprio per questo; quella fu la mezz’ora più lunga della mia vita. Seduto dietro la scrivania, ansia e paura aumentavano in modo esponenziale, vedendo l’uomo in nero seduto di fronte a me che, senza pronunciare verbo, controllava ogni mio gesto. E quando l’altro entrò e si mise a interloquire… fu ancora peggio! Prima mi spiegò che avrebbero bonificato la camera, a dire il vero non so ancora oggi da cosa; quello che posso dire, è che a sera i militari se ne andarono via lasciando un guscio vuoto, spogliato di ogni arredamento. Poi mi disse che avrei dovuto firmare le carte per dimettere il paziente. E quando sbottai, dicendo: “Ma di quale paziente stiamo parlando?! Non c’è nessun paziente dentro la camera!”
«L’uomo non fece un plissé e, con tono calmo, mi spiegò che se il personale ospedaliero me ne avesse chiesto conto, avrei dovuto rispondere che il paziente era stato portato via in quella specie di sarcofago perché infetto. E che per lo stesso motivo i militari, dopo aver liberato da arredi e suppellettili la camera, l’avevano sterilizzata. “E’ pacifico che nessuno crederà a una balla del genere”, provai a sostenere.
«Al che l’uomo, indurendo sguardo e tono, indicando il ritratto sulla scrivania, neanche tanto
velatamente mi mise in guardia: “Sua moglie è una gran bella signora… s’impegni a raccontare con l’enfasi dovuta l’intera faccenda, riflettendo sul fatto che potreste avere davanti ancora una lunga, felice e serena vita da trascorrere l’uno accanto all’altra!” Ancora oggi, mi tremano i polsi ripensando al ghigno agghiacciante con il quale accompagnò la minaccia.»
«E così, temendo di mettere in pericolo la vita di sua moglie, tenne dentro di sé l’intera faccenda per tutti questi anni», tirai le somme.
«Cos’altro avrei potuto fare», sospirò Sachermost, alzandosi dalla poltrona. Si accostò alla credenzina, prese dal cassetto una cartelletta gialla. «Ecco qua!» esclamò, lasciandola cadere sul tavolino mentre lui sprofondava nella poltrona.
«Le prove?» domandai, posando l’indice sulla cartella.
Sachermost annuì. «Dentro ci troverà le lastre della cavità addominale, le fotografie del soggetto scattate prima dell’intervento, copia della cartella clinica e la mia relazione particolareggiata del caso.» Poi, vedendomi fissare perplesso la cartelletta, mi chiese: «Ha qualche dubbio?»
«Un paio… Mi stavo chiedendo se saranno sufficienti a convincere gli scettici; e perché se, come mi ha detto in precedenza non teme la morte, non divulghi personalmente l’intera faccenda.»
Sachermost accennò un amaro sorriso. «L’oblio della morte, oltre a calare su di me, fagociterebbe lentamente ma inesorabilmente l’intera storia», rispose, prima di spiegarmi la faccenda dal suo punto di vista. «La voce di un uomo... diciamo: noto nell’ambiente delle misteriose cose per il suo scetticismo. Sarà sicuramente ben più considerata, di quella di un vecchio che improvvisamente, tredici anni dopo gli accadimenti, afferma di poter dimostrare che l’esperimento di Filadelfia non è una leggenda metropolitana… Lei, verrebbe additato come un grande indagatore di misteri. Io, nella migliore delle ipotesi, solamente come un vecchio, se non del tutto pazzo, sicuramente affetto da demenza senile.»
«E’ veramente convinto che una radiografia e qualche fotografia possano bastare a convincere la comunità scientifica?» gli chiesi allora.
«Sì! E le spiego anche perché», rispose, staccando il busto dalla poltrona. Poggiò il palmo della mano destra sopra la cartella e proseguì: «Quello che c’è qua dentro, prima di darlo in pasto al pubblico lo consegnerà sicuramente all’associazione di cui fa parte perché loro, avendo a disposizione i mezzi necessari per approfondire l’argomento, possano verificare la veridicità delle prove… Giusto?»
Avrei voluto dirgli che forse non sarebbe andata esattamente così, ma non me la sentii di deluderlo. «E’ così! Vada avanti!» risposi.
«Solo allora lei si sentirà pronto a rivelare e difendere la verità davanti al mondo. Armato della certezza che, se qualcuno oserà mettere in dubbio la sua parola, troverà una schiera di uomini di scienza pronti ad affiancarlo per difendere ciò che lei andrà affermando!» argomentò con enfasi.
Aggrottando le sopracciglia, osservando la mano tremolante sopra la cartelletta pensai che non fosse giusto illuderlo ulteriormente. «Non sarà per niente facile…» iniziai a dire con un filo di voce, cercando di spegnere il fuoco di facili entusiasmi.
Prontamente interrotto da Sachermost che, balzando in piedi, pose fine alla discussione in modo brusco e inaspettato: «Sono stanco! Prenda la cartelletta e ne faccia ciò che vuole! Giù, in strada, troverà un cassonetto dell’immondizia, una volta fuori di qui, la butti pure nella spazzatura, se ritiene giusto farlo… Sarà stato comunque un piacere per me conoscerla e conversare con lei… Addio, dottor Salimbeni!»
Il tono usato, seppure non aggressivo, fu di quelli che non ammettono repliche. Presi la cartelletta dal tavolo e lo seguii in silenzio lungo il corridoio semibuio. Una vigorosa stretta di mano e un saluto guardandosi negli occhi sancì il definitivo distacco.
La cartelletta non la buttai nel cassonetto, camminai fin quasi all’alba riflettendo sul da farsi, e quando giunsi davanti all’entrata dell’hotel, ascoltando lo sciabordio del mare e stringendo tra le mani quelle che avrebbero potuto essere prove inconfutabili di un accadimento straordinario, fuori da ogni logica… feci la scelta che ritenni più giusta. Poi me ne andai a letto.
FINE